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Discussione: Israele verso la catastrofe - Moni Ovadia

  1. #51
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    cmq ok tutto
    ok anche questo
    sono sicuro che quel quadratino di terra sarebbe un posto bellissimo, se non avesse le religioni che rendono stupida la gente.
    ma penso ne ho abbastanza di ste notizie dal mondo e voglio rilassarmi e dedicare un pò di pace al mio debole cuore... non merita più sentire certe notizie !!

    chiedo scusa per l'egoismo ma , per un pò dico basta a guerre e giornali !!

    ___________________
    edit: @[Only registered and activated users can see links. ] scusa frate non riesci a ridimensionare un pò quella foto , ok il messaggio però mi hai fatto sballare il pc
    Ultima modifica di el-barto; 27-07-14 alle 13:58

  2. #52
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    Da leggere ragazzi, lucidità mentale, mi sembra di sentire nella testa, la voce della mia dolce nonnina.



    L'amarezza dell'intellettuale polacco di origini ebraiche. Sfuggito all'Olocausto, non risparmia critiche ad Hamas e a Netanyahu: "Pensano alla vendetta, non alla coabitazione. Purtroppo sta accadendo ciò che era ampiamente previsto.
    La Shoah è la prova di quel che gli uomini sono capaci di fare ad altri esseri umani in nome dei loro interessi.
    Una lezione mai seriamente presa in considerazione.


    "CIÒ A cui stiamo assistendo oggi è uno spettacolo triste: i discendenti delle vittime dei ghetti nazisti cercano di trasformare la striscia di Gaza in un altro ghetto ". A dirlo non è un palestinese furioso, ma Zygmunt Bauman, uno dei massimi intellettuali contemporanei, di famiglia ebraica e sfuggito all'Olocausto ordito da Hitler grazie a una tempestiva fuga in Urss nel 1939.

    Bauman ha 88 anni, suo padre era un granitico sionista e negli anni ha sviscerato come pochi l'aberrazione e le conseguenze della Shoah. Sinora il grande studioso polacco non si era voluto esprimere pubblicamente sulla recrudescenza dell'abissale conflitto israelo-palestinese. Ora però, dopo aver accennato alla questione qualche giorno fa al Futura Festival di Civitanova Marche in un incontro organizzato da Massimo Arcangeli, Bauman confessa la sua amarezza in quest'intervista a Repubblica.

    Professor Bauman, lei è uno dei più grandi intellettuali contemporanei ed è di origini ebraiche. Qual è stata la sua reazione all'offensiva israeliana a Gaza, che sinora ha provocato quasi 2mila morti, molti dei quali civili?
    "Che non rappresenta niente di nuovo. Sta succedendo ciò che era stato ampiamente previsto. Per molti anni israeliani e palestinesi hanno vissuto su un campo minato, in procinto di esplodere, anche se non sappiamo mai quando. Nel caso del conflitto israelo-palestinese è stata la pratica dell'apartheid - nei termini di separazione territoriale esacerbata dal rifiuto al dialogo, sostituito dalle armi - che ha sedimentato e attizzato questa situazione esplosiva. Come ha scritto lo studioso Göran Rosenberg sul quotidiano svedese Expressen l'8 luglio, prima dell'invasione di Gaza, Israele pratica l'apartheid ricorrendo a "due sistemi giudiziari palesemente differenti: uno per i coloni israeliani illegali e un altro per i palestinesi 'fuorilegge'. Del resto, quando l'esercito israeliano ha creduto di aver identificato alcuni sospetti palestinesi (nella caccia ai responsabili dell'omicidio dei tre adolescenti israeliani rapiti in Cisgiordania il giugno scorso, ndr), ha messo a ferro e fuoco le case dei loro genitori. Invece, quando i sospettati erano ebrei (per il susseguente caso del ragazzino palestinese arso vivo, ndr) non è successo nulla di tutto questo. Questa è apartheid: una giustizia che cambia in base alle persone. Per non parlare dei territori e delle strade riservate solo a pochi". E io aggiungo: i governanti israeliani insistono, giustamente, sul diritto del proprio paese di vivere in sicurezza. Ma il loro tragico errore risiede nel fatto che concedono quel diritto solo a una parte della popolazione del territorio che controllano, negandolo agli altri".

    Come anche lei sottolinea, tuttavia, Israele deve difendere la sua esistenza minacciata da Hamas. C'è chi, come gli Usa, dice che la reazione dello Stato ebraico su Gaza è dura ma necessaria. Chi la giudica eccessiva e "sproporzionata". Lei che ne pensa?
    "E come sarebbe una reazione violenta "proporzionata"? La violenza frena la violenza come la benzina sul fuoco. Chi commette violenza, da entrambe le parti, condivide l'impegno di non spegnere l'incendio. Eppure, la saggezza popolare (quando non è accecata dalle passioni) ci ricorda: "Chi semina vento raccoglie tempesta". Questa è la logica della vendetta, non della coabitazione. Delle armi, non del dialogo. In maniera più o meno esplicita, a entrambe le parti del conflitto fa comodo la violenza dell'avversario per rinvigorire le proprie posizioni. E il risultato è: sia Hamas sia il governo israeliano, avendo concordato che la violenza è il solo rimedio alla violenza, sostengono che il dialogo sia inutile. Ironicamente, ma anche drammaticamente, potrebbero avere entrambi ragione".

    Cosa pensa, nello specifico, del premier israeliano Netanyahu e del suo governo? Ha commesso errori?
    "Netanyahu e i suoi sodali, e ancor più gli israeliani che bramano il loro posto, si sforzano di fomentare il desiderio di vendetta nei loro avversari. Spargono semi di odio perché temono che l'odio del passato scemi. Alla luce della loro strategia, questi non sono "errori". I governanti israeliani hanno più paura della pace che della guerra. Del resto, non hanno mai imparato l'arte di governare in contesti pacifici. E, negli anni, sono riusciti a contaminare gran parte di Israele con il loro approccio. L'insicurezza è il loro migliore, e forse unico, vantaggio politico. E magari vinceranno facilmente le prossime elezioni facendo leva sulle paure degli israeliani e sull'odio dei vicini, che hanno fatto di tutto per irrobustire".

    Lei in passato è stato critico nei confronti del sionismo e dell'uso che Israele fa della tragedia dell'Olocausto per giustificare le sue offensive militari. La pensa ancora così?
    "Raramente la vittimizzazione nobilita le sue vittime. Anzi, quasi mai. Troppo spesso, invece, provoca un'unica arte, che è quella del sentirsi perseguitati. Israele, nato dopo lo sterminio nazista contro gli ebrei, non è un'eccezione. Quello a cui siamo di fronte oggi è un triste spettacolo: i discendenti delle vittime nei ghetti cercano di trasformare la striscia di Gaza in un ghetto che sfiora la perfezione (accesso bloccato in entrata e uscita, povertà, limitazioni). Facendo sì che qualcuno prenda il loro testimone in futuro".

    A questo proposito, cosa pensa del silenzio di politici e intellettuali europei sul conflitto riesploso a Gaza?
    "Innanzitutto, non esiste la "comunità internazionale" di cui parlano americani ed europei. In gioco, ci sono soltanto coalizioni estemporanee, dettate da interessi particolari. In secondo luogo, come ha osservato Ivan Krastev celebrando il centenario dell'inizio della Grande Guerra, noi europei abbiamo ben in mente che "un'eccessiva" reazione come quella all'omicidio di Francesco Ferdinando ha portato alla catastrofe "che nessuno voleva o si aspettava"".

    Lei ha scritto in passato che la società moderna non ha imparato l'agghiacciante lezione dell'Olocausto. Questo concetto si può applicare anche al conflitto israelopalestinese?
    "Le lezioni dell'Olocausto sono tante. Ma pochissime di loro sono state seriamente prese in considerazione. E ancor meno sono state apprese - per non parlare di quelle messe realmente in pratica. La più importante di queste lezioni è: l'Olocausto è la prova inquietante di ciò che gli umani sono capaci di fare ad altri umani in nome dei propri interessi. Un'altra lezione è: non mettere un freno a questa capacità degli umani provoca tragedie, fisiche e/o morali. Questa lezione, nel nostro mondo veloce, globalizzato e irreversibilmente multicentrico, ricopre ancora un'importanza universale, applicabile a ogni antagonismo locale. Ma non c'è una soluzione a breve termine per lo stallo attuale. Coloro che pensano solo ad armarsi non hanno ancora imparato che dietro alle due categorie di "aggressori" e "vittime" della violenza c'è un'umanità condivisa. Né si accorgono che la prima vittima di chi esercita violenza è la propria umanità. Come ha scritto Asher Schechter su Haaretz, l'ultima ondata di violenza nell'area "ha fatto compiere a Israele un ulteriore passo verso quel torpore emotivo che si rifiuta di vedere ogni sofferenza che non sia la propria. E questo è dimostrato da una nuova, violenta retorica pubblica".

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    "Rammentiamoci sempre che ogni qualvolta lasciamo scritto qualcosa,si lascia solo delle parole messe li,ognuno poi le interpreta come vuole,non é la stessa conversazione fatta faccia a faccia .." cit. Dantep

  3. #53
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    Non finirà mai sta cosa...

  4. #54
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    “Controproducente”. Il commento iniziale del dipartimento di Stato Usa alla confisca di quasi 400 ettari di terra palestinese, annunciata il 31 agosto dall’amministrazione civile israeliana, è un esempio perfetto di understatement. “Controproducente”, beninteso, rispetto al moribondo processo di pace, non ai diritti umani dei palestinesi. Solo dopo alcuni giorni Washington ha usato parole più dure, chiedendo il ritiro del provvedimento.

    Se verrà portata a termine, si tratterà della [Only registered and activated users can see links. ] nei Territori palestinesi occupati degli ultimi 30 anni e colpirà almeno cinque villaggi palestinesi della zona di Betlemme: Jaba, Surif, Wadi Fukin, Husan e Nahalin.

    La confisca dovrebbe servire ad ampliare la nuova colonia di Gvaot, dove ora vivono 10 nuclei familiari.

    [Only registered and activated users can see links. ] per la confisca dei terreni palestinesi risiede nell’interpretazione data da Israele a una legge ottomana del 1858, per cui la terra non usata per scopi agricoli o di allevamento per diversi anni consecutivi diventa “terra statale”.

    Il 40 per cento della Cisgiordania è già “terra statale” israeliana. Terra per insediamenti.

    Il [Only registered and activated users can see links. ] tra la confisca dei 400 ettari di terra palestinese e il sequestro e l’uccisione dei tre studenti delle scuole religiose Eyal Yifrah, Gilad Shaar e Naftali Fraenkel, avvenuto a giugno, rende la vicenda ancora più inaccettabile: come fossimo di fronte a una sorta di punizione collettiva nei confronti della popolazione di cinque villaggi, ovviamente estranea a quelle azioni criminali (a cui peraltro risulterebbe [Only registered and activated users can see links. ], come risulta dall’inchiesta della polizia e dei servizi israeliani).

    L’impatto della confisca delle terre, della costruzione degli insediamenti, delle strade di collegamento riservare ai coloni, dei posti di blocco e della barriera di sicurezza sulla vita dei palestinesi della Cisgiordania è devastante: migliaia di palestinesi sottoposti a sgomberi forzati e illegali, limitato accesso all’acqua, alle cure mediche, all’istruzione e al lavoro, restrizioni alla libertà di movimento, difficoltà nel mantenere le relazioni familiari, fine del reddito derivante dai prodotti dell’agricoltura e dell’allevamento. A questo aggiungiamo i ripetuti atti di vandalismo, raramente indagati dalla giustizia israeliane, commessi dai coloni.

    Per rianimare il processo di pace, il primo passo dovrebbe essere lo stop agli insediamenti, in vista del ritiro dei coloni dai Territori palestinesi occupati. Gli Usa, sponsor del processo di pace, dovranno un giorno rendersi conto che gli insediamenti non sono solo “controproducenti”. Sono una grave violazione del diritto internazionale.


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  5. #55
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    Le polemiche sulla spianata delle moschee, la politica anti-palestinese e anti-araba sta spingendo molti giovani musulmani nel mondo ad abbracciare l'Isis e la sua guerra "religiosa" contro Israele. Netanyahu è il "miglior alleato" dell'Isis. Occorre una radicale revisione della politica israeliana: pace coi palestinesi, accordi con i Paesi arabi, relazioni con l'Iran. Dal grande statista e attivista per la pace.


    Gerusalemme (AsiaNews/Gush Shalom) -
    Se questa settimana l'Isis fosse arrivato vicina ai confini di Israele, nessuno l'avrebbe notato. Israele era attratto da un dramma in un'aula di tribunale.

    Lì, nella corte distrettuale di Gerusalemme, l'ex premier Ehud Olmert stava di fronte alla sua ex segretaria, Shula Zaken. Nessuno riusciva a staccare gli occhi da loro. Il tutto era simile a una soap opera.

    Shula, una ragazza di Gerusalemme, aveva 17 anni quando ha incontrato per la prima volta Ehud. Egli era un avvocato alle prime armi, lei era una nuova segretaria nello stesso ufficio.

    Da allora, per più di 40 anni, Shula è stata l'ombra di Ehud, una fiera e leale segretaria che ha seguito il suo ambizioso capo da un punto all'altro - sindaco di Gerusalemme, poi ministro del commercio e infine Primo ministro. Ella è stata la sua più stretta collaboratrice, la sua confidente, tutto.

    Poi, tutto è scoppiato. Olmert è stato accusato di molti affari di corruzione e costretto a dare le dimissioni. Per anni egli è stato una presenza fissa nelle aule di tribunale e nelle cronache televisive giudiziarie. Shula Zaken, oggi una corpulenta 57enne, è imputata insieme a lui. Ella lo ha sostenuto in ogni momento, finché lui nella sua testimonianza non ha scaricato su di lei tutte le colpe. Shula è andata in prigione per 11 mesi. Ehud è stato (di nuovo) assolto.

    Questo è stato il giro di boa. E' emerso che per anni la devota segretaria ha registrato tutte le sue conversazioni private con il capo. Secondo lei, perché non poteva vivere senza sentire di continuo la sua voce. Altri vedono in questo una specie di assicurazione sulla vita.

    E in effetti, questa settimana, Shula si è accordata con l'accusa e la corte ha ascoltato un intero blocco di registrazioni che potrebbero spedire Olmert in prigione per molti anni.

    Il dramma fra i due è stato irresistibile. Ha troneggiato nelle notizia, mettendo ai margini qualunque altra cosa. Pochi sono riusciti ad afferrare la reale importanza dell'affare.

    Le registrazioni mostrano una diffusa atmosfera di corruzione fra i più alti livelli del governo.

    Enormi bustarelle girano come una cosa normale. Il rapporto fra i tycoons e il primo ministro era così intimo che il leader poteva chiedere per telefono ad ogni tycoon di trasferire decine di migliaia di dollari alla sua segretaria per pagare la sua lussuosa vita personale e il silenzio della sua segretaria.

    Le registrazioni non mostrano cosa i ricconi ricevevano in contraccambio. Uno può solo indovinare.

    A quanto pare, la stessa simbiosi fra vertici politici e i "ricchi (wealthy)" (il sinonimo americano per ricchi sfondati) prevale negli Usa. Anche da questo punto di vista, la somiglianza fra le due nazioni va crescendo. Davvero abbiamo valori comuni - i valori di un minuscolo gruppo di plutocrati che usa i vertici politici in entrambi i Paesi.

    Mentre tutti fissano le scene in tribunale, chi è che rimane a guardare quanto succede oltre le nostre frontiere?

    Circa 2400 anni fa, i Galli stavano per prendere Roma con un attacco a sorpresa di notte. La città è stata salvata dalle oche di un tempio sul Campidoglio, che hanno fatto un tale putiferio che gli abitanti si sono svegliati in tempo.

    Noi non abbiamo né tempio, né oche che ci avvisino, al di là di qualche agenzia di intelligence con una consistente lista di fallimenti.

    L'Isis è molto lontana, abbiamo nemici a bizzeffe molto più vicini: Hamas, Mahmoud Abbas, "i palestinesi", "gli arabi", Hezbollah, e - in qualche modo oltre tutto ciò - "la bomba" (ossia l'Iran).

    A mio parere, nessuno di questi è un reale pericolo per noi. Isis lo è.

    Come ho già detto, l'Isis (lo "Stato Islamico") non è un pericolo militare. I generali del presente e del passato che plasmano la politica di Israele possono solo ridere quando si cita questo "pericolo". Poche decine di migliaia di combattenti con armi leggere contro l'enorme macchina militare israeliana? Ridicolo.

    E in effetti lo è. In termini militari.

    Gli israeliani, come gli americani, sono gente pratica. Essi non apprezzano il potere delle idee. Essi pensano come Stalin che, messo in guardia sul papa, chiese: "Quante divisioni ha il Vaticano?".

    A cambiare il mondo sono le idee. Come quelle del leggendario Mosè. Di Gesù di Nazareth. Di Maometto. Di Karl Marx. Quante divisioni aveva Lenin quando ha attraversato la Germania in un treno sigillato?

    L'Isis ha un'idea che può fare piazza pulita della regione: fare ciò che ha fatto Maometto; restaurare il Califfato che ha governato dalla Spagna all'India; cancellare i confini artificiali che dividono il mondo islamico; trascinare via i pietosi e corrotti governanti arabi; distruggere gli infedeli (compresi noi).

    Per milioni e milioni di giovani musulmani nei loro Stati falliti, impotenti e impoveriti, questa è un'idea che drizza la schiena e gonfia il loro petto.

    Le idee non possono essere scoperte con i droni-spia. Non possono essere disintegrate con pesanti bombardieri. La convinzione degli americani che tu puoi risolvere problemi storici bombardando dall'alto è un'illusione primitiva.

    Un tipico vecchio lamento israeliano dice che ogni volta qualcosa va male nella nostra regione, bisogna dare la colpa a Israele. Prendiamo Sabra e Chatila. Come ha detto il nostro capo dello staff: "I goyim uccidono altri goyim e gli ebrei vengono colpevolizzati".

    E ancora: Isis non ha nulla a che vedere con noi. E' un puro affare islamico. Eppure molte persone accusano Israele.

    Ad ogni modo, questa volta l'accusa non è senza ragioni. Israele considera se stesso come un'isola in una regione, la famosa "villa nella jungla". Ma questo è un pio desiderio. Israele è posto in mezzo a una regione e che accetti o no, ogni cosa che facciamo o non facciamo ha un enorme impatto su tutte le altre nazioni attorno a noi.

    Gli strabilianti successi dell'Isis sono il frutto diretto della frustrazione generale e dell'umiliazione percepite dalle nuove generazioni di arabi di fronte alla nostra superiorità militare. L'oppressione dei palestinesi è sentita da tutto il mondo arabo.

    (ieri mi è capitato di guardare alla tivu un vecchio film saudita riguardo a un ragazzo delle scuole superiori che viene punito dal suo insegnante per aver rubato una bicicletta. La punizione era una multa "per i nostri fratelli palestinesi". E il film non aveva proprio nulla a che fare con la Palestina).

    Se Israele non esistesse, l'Isis avrebbe dovuto inventarlo.

    In effetti, qualcuno col gusto per le teorie complottiste potrebbe arrivare alla convinzione che Benjamin Netayahu e i suoi accoliti sono agenti segreti dell'Isis. Vi è forse un'altra più ragionevole spiegazione a tutto quello che stanno facendo?

    Uno dei principali dogmi dell'Isis è che la guerra contro Israele è una guerra religiosa, al centro della quale vi è il Nobile Santuario (Haram al-qudsī al-sharīf, la spianata delle moschee)a Gerusalemme.

    Da mesi un gruppo di ebrei zeloti ha creato un uragano a Gerusalemme premenod per la costruzione del Terzo tempio ebraico sul sito dei due santuari islamici - la Cupola della Roccia e la moschea di al Aqsa. Tale gruppo è tollerato e perfino promosso dalla polizia e dal governo e fa notizia ogni giorno.

    Il Nobile Santuario (o "spianata del Tempio") è uno dei punti più sensibili al mondo. Chi in modo ragionevole vorrebbe cambiare lo status quo e permettere agli ebrei di pregare là, trasformando il conflitto politico in un conflitto religioso, proprio come è desiderio dell'Isis?

    In questi giorni, la ritmo quotidiano avvengono proteste violente nella Gerusalemme est occupata. Il governo ha subito varato una legge che permette di imprigionare per nove anni gli adolescenti palestinesi che lanciano pietre. Non è un errore di stampa: anni, non mesi.

    La recente guerra di Gaza ha agitato i sentimenti in tutto il mondo arabo. Le perdite umane e materiali sofferte dalla popolazione palestinese rimangono immense, come è pure la rabbia in tutta la regione. Chi guadagna? L'Isis.

    E così via. Un flusso costante di cose fatte e di cose non fatte programmate per far arrabbiare i palestinesi, tutti gli arabi e l'intero mondo musulmano. Cose buone per nutrire la propaganda dell'Isis.

    Ma per l'amor di Dio, perché i nostro politici stanno facendo ciò? Perché essi sono soltanto dei politici. Il loro solo interesse è di vincere le prossime elezioni, che magari verranno molto prima che alla scadenza legale.

    Schiacciare gli arabi è popolare. E il tradizionale disprezzo verso tutto ciò che è arabo li rende ciechi verso il serio pericolo che è davanti.

    L'Isis può essere l'inizio di una nuova era nella nostra regione. Una nuova era ha bisogno di fare nuove valutazioni della realtà. I nemici di ieri possono divenire gli amici di oggi e gli alleati di domani. E viceversa.

    Se l'Isis è oggi per noi il pericolo mortale più importante, occorre che riaggiustiamo la nostra politica in modo complessivo.

    Prendiamo l'Iniziativa araba di pace. Per anni ci è girata attorno come un tovagliolo di sandwich. Essa afferma che l'intero mondo arabo è pronto a riconoscere Israele e stabilire relazioni diplomatiche, in cambio della fine dell'occupazione e di un accordo di pace onnicomprensivo fra Israele e Palestina. Il nostro governo non ha mai nemmeno risposto. L'occupazione e le colonie sono più importanti.

    E' logico tutto ciò?

    La pace con la Palestina, sulla base di un'iniziativa pan-araba toglierebbe molto vento alle vele dell'Isis.

    Se oggi il nostro principale nemico è l'Isis, i nemici dell'anno scorso sono i nostri potenziali alleati. Perfino l'abominevole Bashar al-Assad. Senz'altro l'Iran, Hezbollah e Hamas. Israele deve riconsiderare il suo atteggiamento verso tutti loro.

    Quando l'invasione mongola ha distrutto l'Iraq nel 1260, minacciando l'intero mondo arabo, lo Stato crociato ha aperto le sue porte lasciandovi passare l'esercito musulmano per dirigersi verso Ain Jalut nella valle di Jezreel, dove essi hanno distrutto i mongoli in una battaglia che ha cambiato la storia.

    Solo un Israele che fa pace coi palestinesi può aggiungersi a una nuova alleanza regionale per fronteggiare l'Isis, prima che esso sommerga l'intera regione. Questa è una questione di sopravvivenza.

    Un grande statista israeliano dovrebbe riconoscere questa sfida storia e questa storica opportunità - e afferrarla.

    Purtroppo, non si vede alcun grande statista israeliano. Vi sono soltanto dei piccoli Netanyahu che sono stregati dalla storia di Ehud e Shala.
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    "Rammentiamoci sempre che ogni qualvolta lasciamo scritto qualcosa,si lascia solo delle parole messe li,ognuno poi le interpreta come vuole,non é la stessa conversazione fatta faccia a faccia .." cit. Dantep

  6. #56
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    assassini di innocenti, di donne e di bambini, spero che tutto il male che causate vi si ritorca contro, spero che la vostra razza bastarda possa essere annientata al piu' presto!!!
    dio, se ci sei batti un colpo.... (o un meteorite)

  7. #57
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    Citazione Originariamente Scritto da Yomi Visualizza Messaggio
    Solo un Israele che fa pace coi palestinesi può aggiungersi a una nuova alleanza regionale per fronteggiare l'Isis, prima che esso sommerga l'intera regione. Questa è una questione di sopravvivenza.

    Un grande statista israeliano dovrebbe riconoscere questa sfida storia e questa storica opportunità - e afferrarla.

    Purtroppo, non si vede alcun grande statista israeliano. Vi sono soltanto dei piccoli Netanyahu che sono stregati dalla storia di Ehud e Shala.
    Riporto questo ultimo periodo, dell'articolo nel post precedente.

    Alla luce degli avvenimenti negli ultimi mesi, direi che siamo nella merda fino al collo



    Ecco cosa è successo a Noa, della quale condivido questo video



    Noa, la cantante insultata all’aeroporto di Tel Aviv: “Nemica di Israele”
    La donna minacciata di violenza da uno sconosciuto che ha evocato Yehonatan Gefen, scrittore aggredito pochi giorni fa. Lei su Facebook: "Ci siamo risvegliati in un incubo"

    La cantante Noa è stata assalita verbalmente all’aeroporto di Tel Aviv, al ritorno dall’Italia. ”Nemica d’Israele – le è stato urlato – ti tratteremo come Yehonatan Gefen”, uno scrittore di sinistra percosso giorni fa. ”Una situazione d’incubo” scrive la stessa cantante su Facebook. “Proprio una bella accoglienza mi attendeva all’aeroporto… “scrive ancora Noa, con sarcasmo. ”Carina, ah ? Benvenuti nell’incubo in cui ci siamo risvegliati”.

    In successive dichiarazioni al sito Walla, Noa (Achinoam Nini) imputa questo ed altri episodi analoghi al clima di radicalizzazione politica impresso a suo avviso dal premier Benyamin Netanyahu. “Ho l’impressione di trovarmi in un luogo pericoloso”, esclama. “Sta a lui esprimere una dura condannà”. Noa quindi collega l’attacco verbale da lei subito all’attacco contro lo scrittore di sinistra Yehonatan Gefen (aggredito venerdì scorso da uno sconosciuto penetrato nella sua abitazione) e alle minacce lanciate contro il cantante Assaf Avidan da un noto estremista di destra. “Tutti i diavoli – avverte – adesso sono usciti dalla bottiglia”.

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    "Rammentiamoci sempre che ogni qualvolta lasciamo scritto qualcosa,si lascia solo delle parole messe li,ognuno poi le interpreta come vuole,non é la stessa conversazione fatta faccia a faccia .." cit. Dantep

  8. #58
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    Purtroppo Noa però non si ricorda quando lo stesso trattamento lo rivolgono ad arabi e/o cristiani.
    A me questi semiti hanno veramente stancato con le loro guerre del caxxo!!!
    “Il problema delle citazioni in Internet è che non puoi verificare la loro autenticità.” Abraham Lincoln

    "Hidden Content " Sdrino

    Hidden Content Originariamente Scritto da folgore
    la bestemmia ci sta sempre a prescindere.

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