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Discussione: Lettera aperta all’Avv. Zaina

  1. #1
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    @[Only registered and activated users can see links. ] , cosa ne pensa di queste parole, che a me paiono molto incisivamente, coinvolgenti.
    Grazie..

    Dal sito di ASCIA:


    Siamo sempre felici di dare notizie sull’esito positivo di alcuni processi a carico di persone che hanno coltivato modeste quantità di cannabis ad uso personale, ma qualche volta bisogna anche parlare di quelli che un esito positivo non l’hanno avuto, per comprendere che la lotta è ancora lunga e dura e che non serve a niente demoralizzarsi!
    Pubblichiamo la “lettera aperta” di Giancarlo Cecconi (portavoce ASCIA) all’avvocato Zaina, dopo il processo celebrato ieri in appello a Firenze che ha confermato la condanna sentenziata in prima udienza per coltivazione di un numero esiguo di piante nella propria abitazione.



    Caro Avvocato, io e mia moglie non siamo scandalizzati dalla sentenza che ha confermato la nostra condanna, è una lotta dura, lo abbiamo sempre saputo e proprio per questo, spesso, abbiamo paragonato l’atteggiamento dei giudici a quello degli inquisitori di triste memoria.

    C’è gente come noi che se la cava con una macchia nel percorso esistenziale e qualche migliaio di euro di spese da sopportare, ma ce ne sono molti altri, molti dei quali Lei ben conosce ed altre migliaia a noi ignote, che vedono pregiudicata la loro vita, la possibilità di inserimento nella società ed addirittura l’umiliazione della discriminazione permanente.

    Io, da Grande Ingenuo quale sono, ho sempre creduto che il Buon Senso in qualche modo potesse trionfare di fronte all’evidenza dei fatti, ma all’età che ho e con le varie esperienze che ho accumulato nella vita, sto iniziando ad essere invece molto più cinico, molto meno educato e soprattutto continuo a sentirmi sempre più motivato per la persecuzione di regime contro i consumatori di cannabis, che a tutti gli effetti somigliano in modo sempre più impressionante agli eretici e alle streghe dei secoli passati, giustiziati perché portatori di conoscenze diverse e non per la loro pericolosità.

    E come gli eretici dei secoli passati sappiamo bene che se ti chiami Mario Rossi il rogo non te lo leva nessuno, ma se ti chiami Lutero o Calvino e hai dei potenti dalla tua parte allora non solo il rogo lo eviti, ma acquisisci la stessa potenza di chi voleva distruggerti.

    Ecco, noi siamo i Mario Rossi di turno in questo momento storico e non ci possiamo fare niente, se non continuare ad urlare contro il Re, il Papa, il Presidente e le loro stupide, dannose e pericolose leggi.

    Certo, qualcuno si salva, come i ragazzi di Vicenza o quello di Cagliari, ma la maggior parte continua a subire il giudizio di gente mediocre e disinformata che l’unica cosa che sa fare è aprire il Codice Penale (la vostra Bibbia) e condannare, chi ha stili di vita e convinzioni non condivise, in nome del Re, del Papa, della Repubblica e forse un giorno, in nome della Federazione Intergalattica, ma la storia rimarrà sempre la stessa nei confronti di chi si rifiuta di mettersi in fila per tre!

    Per noi non cambia nulla, anzi otteniamo una conferma: “se noi non amiamo questo Sistema, non c’è nessun motivo perché questo Sistema debba amare noi” e quindi non serbiamo nessun rancore a livello personale, solo nutriamo una gran pena per chi, grazie a un titolo di studio e non alla saggezza, si arroga il diritto di decidere della vita e della morte delle persone senza conoscere nulla di loro, il loro senso sociale, la loro convinzione etica, la loro educazione civica, la loro visione della vita.

    Ma dopo tre condanne in due processi, io qualche dubbio inizierei anche a pormelo: siamo sicuri che la linea di difesa in nome della “Bibbia Penale” possa essere uno strumento realmente efficace per difendere anche la qualità degli individui e non solo il loro “misfatto”?

    Oppure dovremmo iniziare a contemplare una forma di difesa che metta al primo posto la qualità dell’individuo ponendola al di sopra del “misfatto” commesso?

    Per noi non cambia nulla, è solo una questione di tempo (e purtroppo anche di soldi), andremo in cassazione e poi anche al tribunale europeo, ma non c’è e non ci sarà mai un giudice al mondo che possa ledere la nostra inossidabile convinzione: “NON SIAMO CRIMINALI!”, dovesse essere anche l’ultima frase urlata prima di salire sul rogo!

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    "Rammentiamoci sempre che ogni qualvolta lasciamo scritto qualcosa,si lascia solo delle parole messe li,ognuno poi le interpreta come vuole,non é la stessa conversazione fatta faccia a faccia .." cit. Dantep

  2. #2
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    Caro Yomi, ho risposto sia via mail che sulle mie pagine Facebook (Avvocato Carlo Alberto Zaina e Stupefacenti e diritto), e La invito a leggere la mia risposta

  3. #3
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    Per chi non vuole andar su facebook, ecco qui la risposta del dottor Zaina.


    Caro Giancarlo,
    pensavo che questo nostro carteggio sarebbe rimasto nel contesto privatistico dei nostri intensi rapporti personali e professionali, che proseguono, ormai da molto tempo, anche per avere l’opportunità di una maggiore libertà di espressione (e sfogo) e per non dovere ricorrere ad un doveroso repressivo autocontrollo nelle mie espressioni, atteso il ruolo che ho rivestito nel processo discusso ieri.
    Non ho problemi di sorta a ritornare su di un insuccesso che mi ha molto prostrato perchè - pur nella convinzione di avere dato tutto quanto è nelle mie possibilità - non condivido affatto la decisione che la decisione che rigurada Lei e Sua moglie.
    D’altronde, la mia profonda delusione (non tanto e non solo per l'esito) era già stata oggetto di un post che avevo pubblicato ieri sulle mie pagine Facebook, cercando - e penso riuscendo - di rispettare il limite di critica, che mi è imposto, e che è quello della continenza e della non offensività delle espressioni che uso.
    Comunque, anche se mi fossi sfogato appieno, sarei stato più amareggiato e deluso che furente.
    Cerco, però, di rispondere allo stimolante ed intelligente quesito che lei pone.
    Devo, peraltro, osservare che la prospettiva ce ciascunodi noi h del problema concernente la liceità, o meno, della coltivazione, che da molti anni coinvolge lei – come imputato perseguito e perseguitato – ed il sottoscritto quale difensore Suo, appare sostanzialmente differente, pur presentando sicuri punti di contatto.
    Lei mi propone una riflessione radicale.
    Quando, infatti, lei afferma “Ma dopo tre condanne in due processi, io qualche dubbio inizierei anche a pormelo: siamo sicuri che la linea di difesa in nome della “Bibbia Penale” possa essere uno strumento realmente efficace per difendere anche la qualità degli individui e non solo il loro “misfatto”?” affronta, non solo il profilo metodologico del tipo di difesa da adottare, ma anche e, soprattutto, il sistema giudiziario nel rapporto fra giudice ed imputato.
    Lei correttamente dubita, quindi, che il solo esame della fredda norma costituisca un insufficiente paradigma per decidere della sorte delle persone, qualora la decisione non si incentri anche su di una più penetrante valutazione della persona imputata.
    Le rispondo senza tanti giri di parole.
    Io non credo che nel Suo caso, in quello di Sua moglie, come in quei casi – che fortunatamente grazie anche alla Sua opera divulgativa stanno divenendo sempre meno – in cui il gesto coltivativo viene sanzionato penalmente, ci sia una carenza di volontà delgiudicante di conoscere la persona ed il suo percorso, o ,comunque, non credo che questa sia la carenza maggiore.
    Io credo, ed è questo che mi motiva a lottare con maggiore vigore – ove continuerò a venire officiato per la difesa di consumatori e coltivatori –, è la amara constatazione, [e sto parlando a livello generale, giacchè della sentenza di ieri (pur nella rabbiosa delusione che provo) non intendo parlare, perché non sono state depositate motivazioni e peccheri rispetto ai miei principi] della verificazione di alcuni sorprendenti atteggiamenti da parte di chi indaga e di chi giudica.
    Rilevo, così,
    1. una diffusa impreparazione tecnico giuridica rispetto ai fenomeni scientifici che governano la condotta coltivativa, 2. la resistenza al cambiamento giurisprudenziale e culturale in essere, quale espressione di un’ingiustificata paura di un adeguamento normativo (che tarda a venire),
    3. la prigionia mentale rispetto a stereotipi intellettuali superati, ad impostazioni che sono state dimostrate obsolete e retaggio di trascorse impostazioni tecnico-giuridico.
    Tradotto in chiaro.
    Troppe volte – e scusate l’immodestia - ho la netta sensazione, durante i processi, di parlare ad interlocutori giudiziari che non sanno minimamente di cosa stiamo parlando e non si peritano di tale loro carenza, sul piano scientifico, che ignorano (per impreparazione o per disinteresse?) gli approdi della giurisprudenza tesa sempre più a riconoscere la non punibilità della coltivazione destinata a fini di uso personale, che sono prigionieri, e non fanno nulla per nasconderlo, di atavici stereotipi culturali, normativi e giurisprudenziali (anche ieri abbiamo sentito evocare dalla p.a. la sentenza delle SS.UU. del 2008, che ormai è un retaggio superato).
    Pensi Lei a ruoli invertiti e cioè se fosse la difesa impreparata, cosa succederebbe.
    Nonostante queste situazioni si addiviene alla pronunzia di sentenze che incidono sul presente e sul futrodi tante persone.
    Dunque – sono io ora a porLe una domanda – non crede che quello dei cui dibattiamo sia l’unico caso in cui difendendo quello che Lei chiama misfatto, si difende, in realtà, l’essenza e la persona del suo autore?
    In tante (se in non tutte) le ipotesi di reato previste dal nostro ordinamento penale, l’attenzione dell’avvocato si incentra non sulla difesa della condotta, ma sulla tutela della persona, imputata - colpevole od innocente che sia -.
    Ma in questo caso tutto è veramente differente.
    L’essenza della difesa del coltivatore consiste, infatti, nella valorizzazione del suo modo di coltivare per il suo fabbisogno personale, quando questo carattere emerga – come emerge ed emergerà nella sua vicenda -.
    Quindi, stiamo parlando della difesa di un diritto sogettivo; proprio quel diritto che lei rivendica con forza e dignità di tante persone come Lei a non essere individuati come criminali.
    Plurime possono essere le ragioni per le quali una persona ritenga di fare uso di cannabis nonché di coltivare (e Lei è uno degli esempi più nobili).
    Il problema che, però, si deve risolvere – e per il quale mi batto nella aule di giustizia - è proprio quello del raggiungimento di canoni interpretativi che tramutino una condotta originariamente ed astrattamente illecita in concretamente lecita.
    Questi criteri sono stati individuati da sempre più numerose decisioni di merito – alle quali anch’io ho cercato di contribuire – ed ora sono state recepite – piano, piano - da alcune pronunzie della Suprema Corte di Cassazione.
    L’uomo ed il misfatto, quindi, sono – ma solo in questo caso – un unicum inscindibile.
    La coltivazione per fini personali non è un crimine e chi la pratica a tale fine non deve essere ritenuto un criminale.
    Vede, caro Giancarlo giungiamo per vie differenti - come è giusto he sia - alle stesse conclusioni.
    Buona giornata a Lei Giancarlo ed un abbraccio a Marisa

    Carlo Zaina
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